giovedì 25 febbraio 2016

Estratto dalle acque

Questa breve racconto racconta la storia di un bambino.

Vorrei dedicare questo breve articolo a Marco Pannella ma parafrasando Antoine de Saint-Exupéry, dedico questa storia al bambino che questa grande persona è stato. Tutti i grandi sono stati bambini una volta, anche i grandi uomini, e quindi dedico questa storia a Marco Pannella, quando era un bambino.
Anche il bambino di questa storia è stata una grande persona.

La sua storia è un esempio per tutti noi ma la sua storia non è unica; chissà quante altre persone da bambine hanno vissuto la sua stessa esperienza.
Il bambino in questione è un bambino africano, che ad appena tre mesi di età ha subito la tragedia dell’abbandono.

Abbandonare, parola d’origine francese da “à bandon” / “mettre à bandon” = “lasciare alla mercè (di qualcuno)”.
In questo caso un abbandono non voluto, o per meglio dire, un abbandono obbligato, un abbandono frutto di una persecuzione.
Solo chi ha vissuto in prima persona una esperienza di questo tipo, è in grado di quantificare quanto dolore, quanta sofferenza, quanto sconforto, … si celi dietro la scelta consapevole di dover abbandonare il proprio figlio.
Eppure, nel caso in questione si è prodotto un miracolo - ebraicamente parlando.
Chi abbandona il proprio figlio, ovviamente, non è in grado di prevedere quale destino attende quella persona inerme, incapace di difendersi, incapace di decidere per se stesso MA … una cosa è certa, chi abbandona il proprio figlio in cuor suo ha un solo desiderio - uno e uno solo: desidera che chiunque alleverà quel suo figlio lo ami come se fosse il suo; lo ami e lo educhi affinché egli diventi un uomo forte, un uomo libero.
Chi abbandona il proprio figlio può mai pensare che per suo figlio debbano esserci solo dei genitori ricchi?
Chi abbandona il proprio figlio può mai pensare che per suo figlio debbano esserci solo dei genitori del suo stesso credo religioso?
Chi abbandona il proprio figlio può mai pensare che per suo figlio debbano esserci solo dei genitori eterosessuali?
NO! Assolutamente no!

Chi abbandona il proprio figlio pensa ad una sola cosa: Che per suo figlio, grazie al Signore, al destino o al buon Dio, debbano esserci SOLO dei genitori in grado di amarlo.

Ma torniamo a parlare del bambino africano.
Tra di voi, forse, qualcuno ha già capito; tra di voi, forse, qualcuno ha già intuito di chi sto parlando; e a quale Miracolo mi riferisco.
"Nomen, omen" dicevano i latini.
Con il cuore sotto un macigno, questa madre africana, perseguitata anche lei, schiava! … con il cuore sotto un macigno quella madre fu costretta ad abbandonare suo figlio - certa che quella fosse l’unica alternativa praticabile alla morte - infilandolo in una cesta e lasciando che quella cesta fosse trasportata via dalla corrente del fiume.

Il caso volle che poco più a valle quella cesta fosse ripescata e quel bambino fosse riscattato alla vita. La donna che raccolse quel bambino e decise sin dal primo momento di adottarlo si chiamava Bithia, era la figlia del faraone. Quel bambino - non sappiamo se sia mai esistito - ma la sua storia certo che esiste - quel bambino si chiamava Mosè.
Quel Mosè delle Tavole della Legge e dell’imperativo categorico del “Non uccidere”.

martedì 16 febbraio 2016

L'iperbole del Diritto

In merito allo “Stato di diritto”,
vorrei segnalare un punto di vista pragmatico che serve, a mio giudizio, per nuovi spunti di riflessione.
Secondo diverse fonti, lo Stato di diritto deriva dall’espressione tedesca “Rechtsstaat” e non è altro che quella forma di Stato che assicura la salvaguardia e il rispetto dei diritti e delle libertà dell’uomo, insieme alla garanzia dello stato sociale.
Lo Stato di diritto si contrappone all’assolutismo (quello dove esistono poteri assoluti svincolati a qualsivoglia potere ad essi superiore).
Detto ciò appare subito evidente che lo “Stato di diritto” è strettamente correlato alle libertà dell’uomo.
Queste ultime, però, non sono affatto una mera raccolta di principi irrinunciabili contenuti in questa o quella carta: le libertà fondamentali dell’uomo mutano nel tempo e, inoltre, non possono in alcun modo presentare il carattere del privilegio di alcuni su altri.
Non può esistere un ente statuale che possa da solo attribuirsi l’etichetta di “Stato di diritto” visto che questo, implicitamente vorrebbe dire che alcuni cittadini godono di diritti universali che quello stesso stato nega al resto dell’umanità.
Posto che il trascorrere del tempo introduce nelle persone nuove aspirazioni, nuove necessità, nuove responsabilità che di secolo in secolo, di decennio in decennio mutano, anche quello stato che riuscisse a garantire “tutte” le libertà dell’uomo ai suoi cittadini, si vedrebbe costantemente impegnato nella introduzione di nuovi principi, in grado di mutare profondamente la società e gli assetti che di volta in volta vengono raggiunti.
Lo Stato di diritto, quindi, è un qualcosa di ideale e non un qualcosa di reale. Per fare una analogia sportiva: la corsa verso lo Stato di diritto è una corsa senza fine: lo Stato di diritto non è una scritta su di uno striscione sotto il quale "transitare" al termine della personale o collettiva maratona che noi viventi corriamo.
Ogni essere umano (auspicando di essere egli stesso il mutamento che vuol vedere nella società in cui vive) è costantemente impegnato in raggiungere nuove consapevolezze, nuovi traguardi in un moto “verso” lo Stato di diritto che non ha mai fine.
Questo punto di vista, introduce un principio, a mio giudizio, assoluto: lo Stato di diritto è qualcosa “verso” la quale ci si dirige, giorno dopo giorno; passo dopo passo.
Volendo cercare una analogia matematica, potremmo, senza sbagliare, pensare allo Stato di diritto come un asintono di una curva. È possibile avvicinisarsi sempre di più allo Stato di diritto compiuto ma non è materialmente possibile raggiungerlo se non “all’infinito”.
Prendendo ad esempio un piano cartesiano, potremmo indicare su una delle due coordinate (per esempio l’ordinata) il livello di Stato di diritto: se l’ordinata fosse “zero” potremmo dire di aver raggiunto l’obiettivo: un ramo di iperbole, può dare un’idea grafica di questo concetto.
Quando mi muovo lungo i punti di un ramo di iperbole, mano mano che l’ascissa cresce, l’altra coordinata (l’ordinata) decresce.
Il punto, però, con ordinata pari a zero è un punto dell’iperbole che ha un ascissa infinita!
Proprio perché lo Stato di diritto è una condizione ideale irraggiungibile.
“Passo dopo passo” ci si può avvicinare tantissimo, ma solo dopo “infiniti” passi in avanti si raggiunge lo “Stato di diritto compiuto”.
Il ramo di iperbole, citato, offre ulteriori spunti: ogni ramo di iperbole (prendiamo la più comune e semplice delle iperbole quella la cui equazione è “ y = 1 / x “: questa iperbole (ovvero uno dei sue due rami) ha due asintoti che sono l’asse x e l’asse y.
Come abbiamo appena detto, l’asse delle x è da intendersi come l’asintoto della curva che ci dice il “livello” di Stato di diritto. Se un qualsiasi stato si trova nel punto medio della curva (quello di coordinate “1, 1” allora la distanza dai due asintoti è uguale.
L’asintoto verticale è molto utile perché può fornire una altrettanto utile indicazione del livello di “Stato assoluto”. Anche in questo caso, lo “Stato assoluto” è una condizione ideale di per sé inesistente. Anche il più violento, illiberale, antidemocratico degli stati ha al suo interno dei semi di “libertà” individuali che non può negare alle persone che lo compongono.
Le conseguenze di questa esemplificazione sono poderose: mentre mi muovo lungo il ramo di iperbole posso allontanarmi dallo Stato assoluto ma, solo quando sono distante “infinito” dall’asse delle ordinate posso dire di aver “sconfitto” ogni forma di assolutismo. E in effetti, essere distante “infinito” dall’asse delle ordinate, equivale ad essere esattamente nel punto in cui il ramo di iperbole “tocca” l’altro asse: l’asse delle ascisse, l’asintoto dello “Stato di diritto”; il punto dello “Stato di diritto computo”.
Oggi, riflettendo sul concetto di “stato assoluto” non può non venire alla mente il concetto, a noi molto familiare, della “ragion di Stato”. La ragion di Stato è in perfetta identità con “lo Stato assoluto”.
Quello stato in cui esiste un potere che calpesta i diritti individuali per garantire la sua stessa esistenza (l’esistenza del potere e il mantenimento del potere di alcuni su altri).
Gli esempi si sprecano (basti pensare ai totalitarismi del novecento o agli imperi che si sono susseguiti nel corso dei secoli o alle monarchie assolute sparse in giro per il mondo.
Esse sono chiari esempi di società e comunità di persone fondate sulla “ragion di Stato”.
Per questa ragione, ribadisco il concetto a me caro, e estremamente semplice della correlazione “inversamente proporzionale” tra Stato di diritto e Stato assoluto; tra Stato di diritto e ragion di Stato.
Le scelte individuali e collettive che prendiamo devono essere ispirate ad un principio semplice e “tangibile”: la scelta che operiamo che conseguenze avrà sul “livello” di Stato di diritto
o, che è lo stesso, sul “livello” di ragion di Stato?
Se la nostra scelta ci fa fare un passo lungo “quel ramo di iperbole” verso lo Stato di diritto, allora essa è la scelta da prendere. In caso contrario, solo le emergenze, solo gli “stati di emergenza” potranno giustificare alle menti e ai cuori delle persone (a partire dai massimi magistrati di questo nostro strano mondo), una scelta contraria.
Ma, si badi attentamente: il fine non giustifica mai i mezzi e scelte illiberali ovvero di interesse parziale ovvero di affermazione violenta unilaterale delle proprie ragioni non potrà fare altro che farci “muovere” verso l’asintoto della “ragion di Stato” ovvero verso un livello di “Stato di diritto” più basso.